Scritti

Maurice Corcos: report della lezione magistrale tenutasi il 7 Ottobre 2023 a cura di Annalisa Armaro

Report della lezione magistrale tenuta da M. Corcos “Filiazione e dis-affiliazione, distruttività e psicopatologia in adolescenza” del 7 ottobre 2023 a Roma

A cura di Annalisa Armaro

La distruttività, la violenza, gli agiti antisociali compiuti in adolescenza sono tra i temi che da sempre appartengono alla tradizione di ricerca, di studio e interesse della nostra Associazione e che nella società post-moderna e contemporanea assumono più che mai rilevanza.

Nell’introduzione all’intervento di Corcos, Savina Cordiale ricorda che già alla fine degli anni ‘80 del secolo scorso, Arnaldo Novelletto, il fondatore dell’ARPAd, coniò il concetto di “fantasia di recupero maturativo” per riferirsi a quei ragazzi la cui tendenza a compiere atti delinquenziali è legata alla fantasia inconscia di interrompere, in pochi istanti, un blocco maturativo che percepiscono oscuramente in sé stessi. Attraverso atti carichi di significato simbolico, l’adolescente fantastica non solo di uscire da un blocco, ma anche di colmare il ritardo evolutivo del proprio sviluppo psicosessuale, delle istanze o dei meccanismi costitutivi e difensivi, che quelle istanze contribuiscono a cristallizzare, sperando così di raggiungere in modo subitaneo un’ideale di “arrivo”.

L’aumento dei ricoveri, delle cure farmacologiche, della sofferenza psichica, e di conseguenza dei comportamenti aggressivi, della violenza, nelle relazioni intra-familiari o sociali, che caratterizzano soprattutto gli adolescenti e i giovani adulti di oggi – come messo in luce dall’intervento di Simona Trillo – ci confrontano con una realtà drammatica e allarmante. Una realtà di fronte alla quale noi clinici, psicoanalisti di adolescenti, non possiamo esimerci dall’interrogarci, e soprattutto dal chiederci di quali strumenti, di quale setting disponiamo per “curare”, se di cura si può parlare, l’attualità della violenza in adolescenza.

Maurice Corcos si avvale della descrizione, quasi anatomica, del Servizio dell’infanzia e dell’adolescenza dell’Institut Montsouris di Parigi di cui è Direttore, per illustrare il suo punto di vista sulla presa in carico degli adolescenti borderline e psicopatici, o per meglio dire, con le parole di Andrè Green, con funzionamento limite.

Perché è importante essere “psicoanalisti” oggi? Qual è il ruolo dell’ISTITUZIONE nel trattamento di questi adolescenti e perché è così importante parlare di “cura Istituzionale”? Queste sembrano essere le domande centrali strettamente connesse al tema affrontato nella giornata del 7 ottobre.

Il presupposto da cui Corcos parte è che la dis-affiliazione in adolescenza, strettamente correlata all’acting-out, sia un’azione di rottura contro l’emergere dell’arcaico traumatico che fa parte della storia familiare e ancestrale del paziente, ovvero l’unica possibilità di liberarsi di un passato traumatico che lo aliena e che risponde al bisogno inconscio di separarsi dalle radici tossiche che lo parassitano. All’origine della dis-affiliazione c’è dunque una dimensione traumatica precoce e trans-generazionale: le proiezioni psichiche del genitore si impongono al bambino e instaurano poi nell’adolescente una coazione a ripetere altamente distruttiva, che perpetua un trauma non precedentemente integrato, che non gli appartiene, e che ha come unica possibilità di rappresentazione la riviviscenza (al contrario della reminiscenza nevrotica). Nel caso di questi pazienti possiamo dire, riformulando Freud, che la storia “è il destino”: il 70% degli adolescenti borderline hanno antecedenti familiari borderline, di tossico-dipendenza, di suicidio, storie di carenza, maltrattamenti fisici…

E non a caso, spiega Corcos che così come avviene nel ciclo di vita, prima del reparto che si occupa di bambini e adolescenti c’è quello della maternità, dove le operatrici sanitarie sono formate a riconoscere storie di abusi, maltrattamenti, tossico-manie ed è possibile intervenire, in un’ottica preventiva, a partire dalle “origini”. Dopo la maternità si trova il centro che si occupa delle tossico-dipendenze in adolescenza e quello per pazienti che hanno commesso crimini, per poi incontrare finalmente il reparto Infanzia e Adolescenza con il centro diurno, a cui fa seguito la possibilità della terapia familiare, multi-familiare, lo psicodramma psicoanalitico individuale o di gruppo e per finire l’unità di crisi, dove vengono ricoverati i pazienti in stato di scompenso.

L’organizzazione del Servizio, dunque, mette in luce la necessità di una presa in carico sequenziale e soprattutto la complessità degli interventi che – prima dei trattamenti classici e della psicoterapia – hanno come focus il corpo, la ricostruzione di un’identità corporea prima che psichica.

Nel centro diurno tutti i pazienti beneficiano di una mediazione corporea e artistica/culturale. Gli operatori qui si occupano di massaggi, rilassamento, psico-motricità, attività sportive come judo o box; c’è il teatro, la musica e la danza. Ci si prende cura del corpo di questi adolescenti, un corpo “bucato”, anestetizzato, in cui il dolore è incarnato per via delle effrazioni subite nelle interazioni precoci, per via della assenza genitoriale o della discontinuità nelle cure che lasciano il corpo del bambino non contenuto, non riconosciuto, non maneggiato. Ciò che è fondamentale, secondo Corcos, è adattarsi al ritmo del paziente, ma soprattutto alla sua assenza, attraverso la quale c’è una comunicazione primitiva in atto. E’ attraverso i tentativi di suicidio, l’abuso di droga, gli agiti violenti che viene espressa la richiesta di aiuto da parte di questi adolescenti e i loro sintomi non vanno intesi come una scarica pulsionale, ma come tentativi di comunicazione densi di significato.

In quest’ottica, lo psicodramma non ha lo scopo di ritrovare la verità ma di permettere ai pazienti di interpretare e reinventare, nel transfert, la propria storia; il paziente e il terapeuta co-scrivono una “nuova” storia potenziale migliore di quella passata, costruiscono un’alternativa che introduce delle

differenze possibili. E la terapia familiare è necessaria perché non può esistere cura dell’adolescente borderline se non si cura la famiglia, perché non si può guarire il contenuto se non si guarisce il contenitore sociale che l’ha generato. E’ fondamentale che tutti i membri della famiglia tornino ai loro antecedenti traumatici e se ne riapproprino, per far sì che l’adolescente possa liberarsi da un’angoscia che non è originariamente sua e soggettivarsi, riallacciando, legando o tagliando, nei casi estremi, il legame di filiazione. Corcos è d’accordo con Green: dipende dal bordo del buco, se il buco è ben circoscritto è possibile ricamarlo con una “stoffa di pensiero” e mettere una “toppa”, ma se i bordi del buco sono irregolari e fragili, quando si prova a ricamarci sopra, tutto viene via. Allora bisogna disinfettare profondamente e aspettare la cicatrizzazione. Solo dopo la cicatrizzazione c’è la possibilità di ricucire.

Qui Corcos è molto netto: è imprescindibile accettare la modalità di funzionamento del paziente, per quanto psicotica o perversa sia. Prima che il paziente possa aprirsi all’Altro, alla possibilità dell’Alterità, è necessario accogliere e dare valore ai suoi stati mentali, non bisogna cercare di imporre gli stati mentali nevrotici del terapeuta, altrimenti si rischia di ripetere il trauma originario in cui il soggetto non è stato rispettato nella sua integrità morale e fisica. La psicoterapia può allentare i vincoli della ripetizione per uscire dall’indifferenziazione e far emergere una differenza, quindi un gioco possibile… che permetta al soggetto di cogliere che questi comportamenti sono dettati non tanto da scelte, quanto dall’automatismo di un’altra storia trans- o intergenerazionale. Come sosteneva Jeammet, quello che possiamo fare con il nostro lavoro è decontaminare alcune parti, noi possiamo sbloccare delle modalità di funzionamento, non modificare o “formattare”, ma rianimare alcune aree e dall’esterno far entrare in esse la vita. Questa è la missione della psicoanalisi e per realizzarla bisogna giocare con il paradosso, che è il contrario della contraddizione. Spiega Corcos che il paradosso sta alla contraddizione come la spirale sta al cerchio. Cerchio e contraddizione portano alla coazione a ripetere, con il paradosso e la spirale si può saltare da un anello a un altro e da elemento del paradosso al successivo. Il paradosso della psicoanalisi è saltare dall’origine alla “fine”, reinventando un passato migliore di quello che si è avuto.

Quello che sembra voler sottolineare Corcos (e forse è un invito, che ci fa?) è che in una società caratterizzata dal crollo, dallo sgretolamento dei garanti meta-sociali e psichici, non è sufficiente e minimamente pensabile di poter ricorrere al solo setting individuale per la cura di questi pazienti. L’unica risposta e alternativa possibile può essere l’Istituzione e il lavoro integrato all’interno di questo contenitore più ampio. La psicoanalisi si pone allora come il filtro pensante; sta nella trama dell’architettura dei nostri Servizi, delle Istituzioni che si prendono cura degli adolescenti. La psicoanalisi è in tutte le mediazioni di cui Corcos ci ha parlato e gli operatori, chi mette il corpo, la psicoterapia, la supervisione sono ausiliari dell’Istituzione.

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