A cura di Giovanna Montinari
INTRODUZIONE ALLA GIORNATA CON A. FERRUTA e M. STANGALINO insieme a Paola Carbone ed Elisa Casini
ARPAd 14 MARZO 2026
“Come la pancia di un uccello che respira” mi sembra un perfetto incipit, nel capitolo che Ogden dedica al lavoro di Winnicott e che ben ci introduce alla complessità e originalità dei lavori che saranno presentati in questa giornata. Possiamo affermare quanta strada si è fatta a partire dallo scritto di Winnicott “la mente e il suo rapporto con lo psiche-soma”.
Ci troveremo in quel lavoro di fronte ad uno spostamento dalla dimensione epistemologica a quella ontologica della psicoanalisi, cioè, come scrive Ogden, alla dimensione che ha a che fare con l’essere e il divenire. (Ogden2019).
Winnicott si rivolge all’esperienza e allo stato dell’essere, del gioco e del respirare. Cerchiamo di pensare all’individuo che si sviluppa partendo dall’inizio, ecco un corpo: la psiche e il soma non si possono distinguere se non a seconda del punto di vista da cui si guarda. Si può considerare il corpo che si sviluppa o la psiche che si sviluppa. Suppongo che il termine psiche significhi l’elaborazione immaginativa delle parti, delle sensazioni e delle funzioni somatiche.
In questa linea di pensiero Ferruta e Stangalino ci conducono nella loro ricerca corpo/mente. Cito: ”L’apporto primario della relazione madre-bambino rappresenta quindi il fattore fondamentale che permette inizialmente al bambino una connessione al funzionamento del sistema psiche-soma materno, in una sorta di relazione fusionale intercorporea, “sensomotoria”. Una specie di supersistema neuropsicobiologico che consente di modellare e attrezzare l’assetto dell’acerbo apparato psichico neonatale verso l’esperienza della disgiunzione e verso una condizione autonoma autoregolativa continua di funzionamento.
Un modo di pensare molto diverso da quello che pensa il corpo come luogo di evacuazione di emozioni e pensieri non simbolizzati da mentalizzare o come messa in scena di una dinamica relazionale libidica irrisolta o invece pensa al corpo come terreno di semiosi in altre forme comunicative.
Ferruta e Stangalino, intendono parlare di un processo psico-biologico fondamentale di continua accettazione del reale, che consenta, nel lavoro psichico, una appropriazione personale della realtà in senso creativo, fondata su una matrice, come Winnicottianamente sappiamo… illusoria.
L’unità psicosomatica che si viene a costituire, diviene il paradigma da cui si sviluppano diversi punti di vista e importanti ricadute della tecnica e nella clinica. Come sottolineato da Bronstein (2011, p. 174) “la mente e il corpo costituiscono un’unica unità olistica e che mente e corpo sono inseparabili…. Inevitabile pensare agli insegnamenti di Gaddini, il quale – studiando gli stati iniziali dello sviluppo, affermava che si dovesse pensare piuttosto ad “un continuum corpo-mente e non a partire invece da un continuum mente-corpo” (Gaddini 1985, p. 732), nel senso che si tratta più di un processo di natura primitiva come di un’area virtuale in cui questi due continuum in qualche modo si intrecciano, dice Gaddini (1985) “si embricano”.
In questa dimensione il lavoro di Elisa Casini ci segnala il rischio di una deriva ipersimbolizzante della psicoanalisi, evidenziata in più occasioni anche da Ferruta (2025; Bastiani, Ferruta, Guerrini Degl’Innocenti, 2022), ovvero, il rischio di mettere in secondo piano quel lavoro silenzioso fatto di ritmi, timing e intercorporeità che costituisce il sottosuolo della seduta. Casini sottolinea giustamente, come soprattutto con l’adolescente, non possiamo trascurare il vissuto grezzo sensoriale di un soggetto che sta ancora cercando di abitare la propria pelle (Monniello, 2014)[1]. Questa “dimensione estetica” della cura è essenziale per intercettare quei livelli pre-rappresentazionali che la teoria spesso sacrifica sull’altare della simbolizzazione.
A partire dalla sua esperienza in ambito medico (nel Pronto Soccorso) introduce il tema della transcorporeità: “Il salto che vi propongo adesso può sembrare audace, eppure, proprio avendo osservato in quel contesto medico ciò che può il corpo[2]” (Deleuze, 1978-1981) mi appare necessario considerarne una sua attuale estensione. Per Deleuze il corpo non si definisce attraverso la sua struttura organica o le sue funzioni biologiche (Körper), bensì attraverso la sua potenza d’agire: esso è un insieme di intensità e di affetti (ovvero capacità di influenzare ed essere influenzato) che si realizzano solo nell’incontro con altri corpi. In questa prospettiva, il corpo non è un sistema chiuso, ma un assemblaggio che si ridefinisce costantemente attraverso le sue connessioni. Ne condivideremo le conseguenze.
Carbone, ormai da molti anni ricercatrice e studiosa sul tema, propone come si possa lavorare con i traumi nel “rimembrare”, fare uso degli impedimenti, per accompagnare e stare con l’adolescente nel suo peculiare processo di appropriazione di Sé. L’intento di questa focalizzazione, è quello di creare un ponte e un dialogo nel corso dello sviluppo nell’adolescenza, delle tracce somato-sensoriali, profonde e pregresse. Mai come in questa fase di sviluppo i cambiamenti sono tumultuosi, complessi e irreversibili: il cambiamento puberale porta il corpo-mente in aree sconosciute, ma soprattutto è in quella fase “intermedia”, “né di qua, né di là” che il soggetto adolescente è impegnato nel fronteggiare la “montata pulsionale” come qualcosa da cui è impossibile sottrarsi ma anche che può essere passivamente subita: per l’adolescente non resta che appropriarsi e soggettivare il proprio cambiamento.
Il processo adolescenziale riguarda primariamente l’appropriazione del corpo sessuato e la sua soggettivazione, unica e irripetibile che ne deriva. “Senza appropriazione soggettiva neppure la creatività è possibile, perché è troppo precoce l’espressione dell’imposizione narcisistica dell’altro. La magia, la forza comunicativa della simulazione incarnata (Gallese) è, a mio avviso, proprio quella di essere simulazione, quindi di presumere la presenza di un già là in grado di simulare, una sorta di contenitore estetico” (Monniello ibidem). – era del 2009 un numero di AeP CORPO….-
Dal corpo dell’adolescente al corpo dell’analista, il passo è breve e necessario. Si mette in gioco la persona dell’analista, le teorie ormai aperte alla dimensione intersoggettiva, ma soprattutto la sua formazione ed “equazione personale” fra la propria analisi e le teorie in cui si è “soggettivato” come analista.
In questo ultimo lavoro Carbone ci porta coraggiosamente nel limite, nel corpo (AeP Corpo 2009) inteso come limen-confine. Grazie alla potente angoscia ossessiva del paziente, e sentita con il corpo anche da Carbone, il mantra ossessivo e angosciato del giovane uomo “ho sbagliato strada”, si trasforma in metafora vivente e coraggiosamente si può indicare anche “un’altra strada”.
Le ricadute metapsicologiche, tecniche e di prospettive di intervento chiamano tutti noi ad una profonda riflessione, senza se e ma riguardo allo sconcerto e difese relative che si aprono nel campo della seduta, del qui ed ora dei corpi in gioco – analista e paziente- e delle conseguenze che ne derivano la relazione con l’altro ci cambia, ci trasforma in soggetti sconosciuti a noi stessi.
Questi lavori si muovono in una dimensione elaborativa uniti dalla dimensione del “corpo vivo” come un termine inseparabile dell’umano nel suo costante sforzo del mantenimento della continuità dell’esistere. L’analista è lì e cito: “ciò che rese utile il mio ruolo fu che potevo vedere e ascoltare la sua pancia che si muoveva mentre respirava (come l’uccello) e sapere quindi che era viva…”.
Prosegue Winniccott: “io la tenevo e mantenevo una continuità col mio stesso respiro” (Winniccott 1949).
Cioè, come dice Ogden , “dell’essere vivi”. (Ogden) (pag121).
[1] Rimando allo scritto di Monniello (2014) che affronta il tema dei vissuti somatosensoriali precoci e della loro riattivazione e possibile rielaborazione in adolescenza.
[2] Il riferimento è alla domanda di Spinoza ‘Che cosa può un corpo?’, ripresa da Gilles Deleuze (1978-1981). Per Deleuze il corpo non si definisce attraverso la sua struttura organica o le sue funzioni biologiche (Körper), bensì attraverso la sua potenza d’agire: esso è un insieme di intensità e di affetti (ovvero capacità di influenzare ed essere influenzato) che si realizzano solo nell’incontro con altri corpi. In questa prospettiva, il corpo non è un sistema chiuso, ma un assemblaggio che si ridefinisce costantemente attraverso le sue connessioni.



