Una rassegna che premia tutti i partecipanti è l’idea realizzata il 26 novembre al Teatro Basilica di Roma dallo Spazio potenziale per giovani adulti Argolab, del Dipartimento di Salute Mentale dell’Asl Roma2. L’iniziativa, sostenuta dalla dott.ssa Maria Grasso, nella sua prima edizione ha messo in scena un festival per brevi lavori cinematografici, riuniti da un concetto particolare come quello del contrappunto, inteso come tensione all’armonizzare le differenze.
Fra le oltre trenta opere, undici sono state selezionate dalla giuria per la proiezione finale: tensioni familiari, rispetto per l’ambiente, violenza di genere, legalità e lotta contro i pregiudizi, tra le tematiche affrontate. Durante la serata sono stati assegnati i riconoscimenti della giuria a tutti i partecipanti e motivate le preferenze del pubblico del 7 giugno all’evento annuale Argofest 2.5, nel Parco delle Canapiglie di Torre Maura. Questi i titoli proiettati al pubblico: “Pachelbel Can on Goes Metal” di Ruben De March; “Scarpe” di Giuseppe Piscino; “One Minute” di Lorenzo Marte; “Legittima omertà” di Antonio Malfitano; “How Many Miles?” di Massimo Dallaglio; “Manhattan… Italia” di Natasha Colantuono; “Bagliori” di Mattia Paone; “Il racconto di Ester” di Simone Barletta; “Off Powher” di Antonio Nicita; “Sinfonia notturna” di Gianmarco Latilla, Francesco Latilla”; “Aria di domani” di 3elle ETS e Sara Maestri.
Intenso e profondo il confronto con gli autori alternatisi sulle tavole del teatro storico, in una serata ricca di riflessioni anche sul momento del cinema indipendente e dei modelli imposti dalla cultura dominante. Infatti, in un tempo dominato da una cultura dell’eccellenza immediata e della competizione a oltranza, con la narrazione proposta dai media, in particolare dai programmi televisivi di talent e reality show, ossessivamente incentrata sull’idea del concorso perenne, dove l’obiettivo finale è la vittoria di uno e, inevitabilmente, l’eliminazione progressiva e spettacolarizzata di tutti gli altri. Ogni puntata è un tribunale, ogni voto una sentenza: chi non eccelle nel momento presente viene scartato: “il suo percorso finisce qui”. Questo modello non è solo intrattenimento, è un potente strumento di modellamento culturale e suggerisce che la vita stessa sia una gara a eliminazione, che il valore sia una risorsa scarsa da contendere e che il fallimento (l’eliminazione) sia una vergogna pubblica. Incoraggia una visione del successo come piramide ristretta e non come piattaforma diffusa, nel quale l’individuo si misura non con il proprio potenziale di crescita, ma con la performance degli altri, in un clima di ansia da prestazione costante.
Di fronte a questa cultura dello scarto e del confronto distruttivo, l’idea di una rassegna come Argocorti, che non scarta partecipanti ma che premia con motivazioni personalizzate tutti gli intervenuti, emerge come un gesto di profondo significato etico e pedagogico.
La rassegna non competitiva sposta il focus dal chi è il migliore al cosa rende unico ogni contributo. Invece di un unico premio per il vincitore, si assegna una motivazione specifica a ciascun partecipante. Questo “premio” non è una consolazione, ma un riconoscimento mirato che celebra l’originalità dell’idea, la perseveranza nell’esecuzione, la capacità tecnica dimostrata, l’emotività o la passione trasmessa, il potenziale di crescita futuro. Questo approccio valorizza il processo sopra il risultato e restituisce dignità all’impegno, un concetto fondamentale che la frenesia del concorso perenne tende a cancellare.
Il ragionamento si aggancia al tempo che viviamo in modo cruciale: nella nostra epoca, l’apprendimento e la crescita sono spesso percepiti come istantanei. Il modello dell’eliminazione in TV e delle gogne sui social riflette e amplifica questa impazienza, negando il tempo necessario per maturare e sbagliare. La rassegna che propone la ricerca e la restituzione di un senso, al contrario, crea un tempo sospeso in cui tutti sono “vincitori” di una tappa del proprio percorso. Il giudizio si trasforma in orientamento. Questo feedback non deprime, ma indica una direzione di miglioramento e infonde la fiducia che l’individuo non sia “finito”, ma in continua evoluzione, in movimento nel suo spazio potenziale.
Mentre la TV ci insegna a vedere l’altro come un ostacolo da superare, la rassegna che celebra tutti promuove un modello di comunità avvolgente. I partecipanti imparano che il loro valore non dipende dal demerito altrui. La diversità dei riconoscimenti sottolinea che esistono molteplici forme di eccellenza, ampliando la nostra visione di cosa significhi avere “successo”.
Proporre una rassegna che non escluda, ma condivide contenuti, insomma, è encomiabile come progetto di un complesso atto di resistenza culturale. È un modo per riaffermare che la vera misura del valore di un individuo e di un’opera non si trova nello scontro finale, ma nella ricchezza e unicità del suo contributo e nel suo diritto inalienabile a continuare a crescere. È un invito a rallentare, ad osservare con maggiore attenzione e a sostituire l’ansia del giudizio con la fecondità della riconoscenza nella ricerca di senso.
L’organizzazione del festival ha espresso soddisfazione per l’ampia partecipazione al bando gratuito della prima edizione e nel corso della serata, anch’essa ad ingresso libero con prenotazione del posto, ha resi noti i criteri di partecipazione della prossima edizione, che ruoterà attorno ai concetti di spazio e tempo interni ed esterni. Il bando verrà diffuso entro la fine dell’anno sul sito ufficiale www.argolab2.it e nei canali social dello spazio potenziale. L’invito è a partecipare e non a concorrere, a compiere un pezzo di percorso insieme all’altro, senza paura di essere esclusi.
Alfredo Sprovieri



